Pubblicato in: Politica professionale, promozione professionale, Riflessioni esistenziali

Perché collaborare e associarsi: se è il purgatorio, è nostro perlomeno

Credo nella collaborazione tra colleghi perché il presente e il futuro prossimo della mia generazione è ricco e sarà ricco di frustrazione.

Mal comune – mezzo gaudio; se sei solo a prenderti l’ennesima porta in faccia da quel comune, quell’ente, quella scuola, sei da solo anche a fare capa-e-muro quando torni a casa con la rabbia di un fallimento.

Quando si è insieme, invece, accade che il gruppo può essere più forte di qualsiasi frustrazione dei singoli, accade che il legame e la passione possono fare quello che l’ostinazione alla solitudine e all’individualismo non faranno mai: trasformare fallimenti in risultati.

Dividere le frustrazioni, ma dividere anche i guadagni, certo.

Ed è questa la vocina nel cervello che spesso ci fa tenere questa o quell’informazione per noi, come fosse una soffiata della CIA, come se custodendo gelosamente il quarto segreto di Fatima (ma non esiste! direte, avete visto come ve l’hanno nascosto bene, vi dico io?!) chissà dove arriveremo.

Il segreto non è mai segreto, per il raccomandato di turno.

Ergo: tanto vale rendergli la vita difficile.

Senza parlare di quell’ineguagliabile risorsa rappresentata dalla presenza di più teste.

E’ un principio che conosce bene anche il meno avvezzo al contatto umano.

Persino il Dottor House sa bene che le idee di uno solo sono zoppe.

…e lui sull’argomento era giusto un poco suscettibile…

Certo, questo idillio di brainstorming funziona quando il brain (ossia il cervello) è più dello storming (ossia la tempesta).

Ma vale la pena tentare.

Si guadagna in benessere. Non solo di questo si vive, ma da qualche parte bisogna pur cominciare.

E se non fosse pure il paradiso, ma solo il purgatorio, perlomeno sarebbe nostro.