Pubblicato in: Esame di stato (Eds), Formazione, promozione professionale, Tirocinio

Tirocinio post-lauream: quali diritti, quali doveri?

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Fonte: Coordinamento Psicologi Tirocinanti

Il tirocinio post lauream è un momento fondamentale per la crescita professionale del futuro psicologo.
Per questa ragione chi propone semplicemente la sua riduzione a 6 mesi invece degli attuali 12 guarda il dito e non la luna. Ciò su cui bisogna insistere è la qualità della formazione cui abbiamo diritto e che dobbiamo pretendere, prima ancora che la quantità. 

Se una cosa non funziona per 12 mesi, non si capisce come possa funzionare per 6.

Ma poi è così vero che questo tirocinio post laurea non funziona?

In molte situazioni, purtroppo, i tirocinanti nelle strutture sono utilizzati in maniera assolutamente impropria per non dire irregolare, sia per il tempo di impiego sia per il tipo di impiego.
E per questo credo sia importante ribadire, a beneficio di chi vuole “diventare psicologo”, quali sono i doveri del tirocinante, ma pure i suoi diritti, in modo che tutte quelle situazioni in cui i tirocinanti vengono utilizzati in totale e irregolare sostituzione del personale delle strutture diventino sempre più eccezioni fino a sparire.

Per questo esistono le commissioni tirocini delle nostre facoltà:
se stiamo vivendo una situazione di “sfruttamento” e/o di “assenza di formazione” DOBBIAMO SEGNALARE.

Le strutture che si comportano in maniera irregolare devono vedere ritirate le loro convenzioni. Tuteliamo la nostra singola formazione, tuteliamo quella dei nostri compagni, tuteliamo anche la categoria.

Il tirocinante non è in struttura per lavorare, è in struttura per formarsi.

Se una struttura ha bisogno di forza lavoro, non può utilizzare un tirocinante, peraltro nemmeno abilitato all’esercizio di alcuna professione. Deve assumere. Sennò chiude. Amen.

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Fonte: Coordinamento Psicologi Tirocinanti

Il tirocinio NON è e non DEVE essere LAVORO GRATUITO, è un momento formativo e con l’obiettivo della formazione e dell’apprendimento deve essere affrontato, sia dal tirocinante sia dal suo tutor.

Questo significa molte cose, non tutte piacevoli, moltissime impegnative. Può ad esempio significare che nella tal struttura, pur nella completa regolarità delle ore, il nostro tutor abbia un’alternanza di orari tali da rendere di fatto la frequenza di quella struttura incompatibile con un lavoro. Al tirocinante la responsabilità di gestire al meglio tutte le sue esigenze. 
Significare pure che se mezz’ora prima della scadenza delle tue regolari 4/5 ore giornaliere salta fuori una situazione che può essere formativa (un’emergenza? una riunione di supervisione? una chiamata in reparto di una cosa mai vista prima?) il tirocinante fa bene a trattenersi, per imparare, anche se fa più del “dovuto”.

Cosa ben diversa sono i tirocini dove ad esempio i tirocinanti sono utilizzati in sostituzione del personale in ferie o impiegati in mansioni del tutto non attinenti al progetto formativo (e con questo non intendo fare le fotocopie o passare un pomeriggio a gestire le telefonate della tutor, che ad esempio io da quelle giornate ho imparato tantissimo per il mio lavoro. Intendo proprio che sono messi a fare altro).
Tali situazioni vanno assolutamente segnalate agli uffici competenti, a tutela propria e pure di quella della categoria professionale cui si aspira ad appartenere.

Ma in questo momento formativo non è coinvolto solo il tirocinante: c’è anche il tutor. Ed immagino che per tutti quei tutor che hanno voglia e passione di insegnare il proprio lavoro, sia gratificante e motivante avere tirocinanti che non stanno con l’orologio in mano ad aspettare la campanella, ma che se dieci minuti prima della scadenza dell’orario capita una cosa interessante e potenzialmente formativa, dicono – Doc, posso restare? –

Ora.
Io non so se la maggioranza siano i tirocinanti motivati che chiedono di restare o quelli frettolosi che vogliono solo il pezzo di carta.
Non so nemmeno se la maggioranza siano i tutor appassionati e motivati che insegnano il loro lavoro o quelli che del tirocinante se ne fregano.

Ma nell’uno o nell’altro caso, l’obiettivo di tutti deve essere eliminare qualsiasi pregiudizio (quello del tirocinante sfaticato e quello del tutor che non ti segue) e coltivare e diffondere una cultura che valorizza la qualità, di tutti, tirocinanti e tutor. 
A tutela dei diritti e della psicologia.

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4 pensieri riguardo “Tirocinio post-lauream: quali diritti, quali doveri?

  1. Tutto sacrosanto un solo passaggio. Io sono a favore dei tirocini retribuiti, e non importa se sia 6 mesi o 1 aa (vedi svizzera o UK) perché credo fermamente che il tirocinio deve essere un momento per confrontarsi con il mondo del lavoro e quindi retribuito. A questo ci si dovrebbe accede con apposito bando di concorso dove si fa o il tempo parziale o totale. Poi per coloro che si prostrano a fare queste cose, perdonatemi ma la responsabilità è loro, perché se vediamo la questione in modo circolare e non lineare grazie a loro le strutture ne approfittano. Quindi, iniziamo a sanzionare chi lo fa o chi peggio continua con il volontariato (come fanno altri ordini professionali) che sempre di più degrada la nostra professione e il suo valore agli occhi dei clienti/pazienti e delle altre professioni, istituzioni, enti etc.

    1. Solo un appunto: nel momento specifico del tirocinio post laurea, di fatto sei in “totale formazione”, ancora non autorizzato a svolgere alcun tipo di mansione.
      Diverso è il discorso dei tirocini di specializzazione, dove il tirocinante è già un professionista abilitato: questo tipo di tirocinio potrebbe ambire a chiedere una retribuzione a patto di resettare completamente tutti i numeri e irrigidire drasticamente l’accesso alle specializzazioni (attualmente gli specializzandi in psicoterapia sono – conto spannometrico per difetto – circa 15mila. Volendo retribuirli tutti ci vorrebbero cifre intorno ai 15 milioni di euro l’anno… – ).
      (Qui
      https://senzacamice.wordpress.com/2015/02/06/il-desiderio-piu-desiderato-dagli-psicologi/
      e soprattutto qui
      https://paolaseriopsicologa.wordpress.com/2015/02/23/tirocini-di-specializzazione-ma-di-quale-diritto-stiamo-parlando/ ).
      Assolutamente d’accordo sulla circolarità delle responsabilità: gli stessi psicologi che si “lamentano” del tirocinio non retribuito poi li ritrovi a fare volontariato PER ANNI nelle stesse strutture in attesa di un “regalo di natale” (come fosse una sorta di “lavoro a credito”…).
      Alcuni commentano l’articolo giustamente riportando la loro esperienza negativa di tirocinio: di fatto tempo pieno, abbandono dei tutor ecc ecc. Ma se nessuno segnala il cerchio non si interrompe mai: è una responsabilità e pure una bella rottura di balle, ma la professione non è certamente diversa…

  2. Io credo che un modo ce lo dobbiamo inventare. Ad esempio i praticanti in legge di fatto non sono ancora avvocati ma durante il praticantato prima dell’esame in certe regioni di Italia percepiscono un rimborso spese. Poi abbiamo un’altro problemino non da poco l’Esame di Stato che abbiamo solo noi. Sinceramente io sarei per unire psicologia e medicina in un’unica facoltà con 3-4 anni in comune poi si sceglie o psicoterapia o le altre specializzazioni mediche. Però sono consapevole che gli interessi sono troppi; stessa cosa se si proponesse (cosa che urge) di chiudere tutte le facoltà di psicologia per almeno 20 per poi riaprirle per portare ad un numero chiuso di max 20 (come le professioni sanitarie). Poi penso che proprio gli ordini professionali per tutelare i loro iscritti dovrebbero fare chiarezza durante gli orientamenti universitari altrimenti ci prendiamo solo in giro. Però le cose non sono sempre così semplici da attuare come si vorrebbe.

  3. Condivido a pieno questo articolo. Io purtroppo sono una di quelle capitata male, dove il mio tirocinio è un non-tirocinio (cioè stare a casa) e questo non fa altro che demoralizzarmi e pormi dei punti interrogativi sul mio futuro lavorativo, perchè mi chiedo “senza formazione che strumenti poi si hanno per lavorare?” Bisognerebbe fare ancora altra formazione (con master, corsi e specializzazione) ma, ovviamente, è un investimento economico che non tutti possono permetterselo e che non è detto che possa fruttare.

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