15 pensieri riguardo “Psicologi tardogiovani: cosa fare col tempo che ci resta?

  1. Tutto tristemente vero…però dobbiamo comunque perseverare e darci da fare!!! La prima reazione leggendo ciò, sarebbe quella di mollare gli studi XD

  2. Caro Gianluca,
    credo che il pensiero di lasciare gli studi o mollare la professione sia estremamente sano in questo particolare momento storico.
    Naturalmente non intendo dire con questo che mollare sia la soluzione, ma che questo pensiero è sano nella misura in cui ci fa confrontare con l’idea che o si cambia o si molla, di certo non si può andare avanti così.
    E il cambiamento non lo si può attendere stando supini o lasciandosi andare ad analisi masturbatorio-rivendicative su tutto quello che si sarebbe dovuto fare (e intendiamoci: si sarebbe dovuto eccome!!) e non si è fatto.
    Qui forse interviene il mio animo utopistico, ma penso che il cambiamento può partire da ogni singolo, nella misura che più sente aderente al proprio essere psicologo. Per qualcuno può essere semplicemente rifiutarsi di lavorare gratis, di fare volontariati in attesa di riscuotere (ma quando mai?) il credito nel futuro indefinito, di aprire un blog di confronto coi colleghi, di scendere in politica.
    Ognuno il cambiamento se lo misura su di sé e sulle proprie attitudini.
    E se non si ha la forza, la voglia, di farsene carico, è meglio mollare, fare altro, invece di andare a ingolfare un sistema che sta implodendo

  3. Purtroppo tutto quello che hai scritto è vero…Io faccio parte della categoria dei “tardogiovani” di cui parli e che passano le giornate tra l’attesa di qualche chiamata di pazienti, e l’invio di curriculum a destra e a manca, arrivando anche al punto di pensare di lasciar perdere tutto e accontentarsi di qualsiasi lavoro, perchè purtroppo con tre bambine a casa, il bisogno di guadagnare qualcosa diventa la priorità. Però poi, non so nemmeno io come, la passione, l’amore per la nostra professione, la voglia di farla conoscere alla gente, prevalgono e continuo ad accumulare idee e progetti, la maggior parte dei quali non potranno essere realizzati… Tuttavia, mi piace pensare che prima o poi le cose cambieranno, forse proprio grazie a noi, e ad un modo nuovo e più aperto di vivere e vedere la professione.

  4. Ciao Ada, complimenti per questo articolo che rispecchia pienamente quello che è anche il mio pensiero, come suppongo, quello di tanti altri colleghi “tardogiovani” come noi.
    Personalmente da qualche anno svolgo la libera professione cercando di crearmi una sorta di piccola utenza di nicchia, tra sacrifici, passione, dedizione, momenti di sconforto, tanta creatività e, a dirla tutta, non poche difficoltà economiche..
    Ma continuo a ripetermi che il fatto di essere nati in un periodo storico e professionale tutt’altro che florido e stimolante, non può diventare un motivo valido per lasciarsi andare e mollare tutto, anzi, citando il vecchio Einstein, la mia filosofia è: “Nel mezzo della difficoltà giace l’opportunità”!
    Forse dovremmo iniziare ad aprirci di più tra di noi, parlare, condividere, trasmetterci a vicenda tecniche di coping e resilienza per cominciare ad alzare la testa, credere di più nella nostra categoria professionale e trasformare insieme gli ostacoli in opportunità..
    Continuerò a seguire il tuo blog!!
    Un caro saluto,
    Michela

    1. La mia tesi di specializzazione si intitola “Speranza e cronicità nella terapia dell’alcolismo”.
      Credo che non sia un caso che abbia iniziato questo blog nello stesso periodo in cui la scrivevo 🙂
      (e sì, c’era anche la tua citazione di Einstein! 😀 )

  5. Ciao Ada sono un tuo collega , io credo che il voler parlare di questo problema non fa altro che alimentare la nostra crisi, se un ipotetico paziente percepisce che noi siamo in crisi allora non si rivolgera’ mai a noi , io credo che il tuo sfogo è comprensibile ma cosi facendo sminuisci ancora di piu’ la categoria, ti consiglio se vuoi utilizzare lo strumento di internet di parlare di psicologia e non di crisi dello psicologo che siamo gia’ in alto mare , il mio è solo un appunto poi sei libera di continuare a parlare di giovani psicologi disperati in cerca di lavoro , Saluti.

    1. Il tuo è un punto di vista interessante, ma promuovere l’esame di realtà continua a sembrare un’operazione utile tanto alla professione (vecchi e giovani) quanto a chi vuole rivolgersi al professionista.
      Saluti

  6. Non è cosi , il principio di realta’ noi psicologi lo conosciamo e anche bene , non abbiamo bisogno di qualcuno che ci ricordi che il lavoro non c’è, anzi si fa peggio perchè le persone su facebook o sui social network in generale leggendo questi blog o questi post non fanno altro che pensare a noi come ad una categoria di giovani senza speranze e che ci possono sfruttare, in quanto il lavoro per noi non c’è, e nello stesso tempo ci sfruttano sapendo che tanto accettiamo di tutto, io direi invece di cominciare a non svalutare la categoria anzi “proponendo” piuttosto che piangersi addosso, quindi se vuoi un consiglio utilizza il blog per discutere di altro magari ti fai anche un po’ di pubblicita’ , cerca di pensare bene non è che magari ti senti sconfitta?…rimboccihamoci le mani e vedrai che qualcosa prima o poi ci sara’ anche per noi Saluti.

  7. Spero che la mia provocazione possa esserti di aiuto, devo dirti che in questo blog nella maggior parte dei casi c’è sempre qualche aspetto negativo come ad esempio “il primo colloquio gratuito servira’ a quacosa?” oppure “pessimismo e fastidio : la brutta giornata del libero professionista” o ancora “la compagnia degli psicologi” , dai su , cominciamo a pensare in positivo e vedrai che qualcosa di buono ne uscira’ per tutti . Saluti.

  8. Per carità, ovvio che dobbiamo pensare in positivo, altrimenti a quest’ora avremmo già mollato tutto…Però non è sempre facile, quando ti rendi conto che potresti fare tanto e bene, ma non te ne viene data la possibilità. E credo sia meglio parlare anche di questo aspetto, piuttosto che fare finta che sia tutto a posto. La negazione degli aspetti critici non credo faccia bene a nessuno.

  9. A me “piace” molto questo esame di realtà. Se da un lato dobbiamo rimboccarci le maniche dall’altro dobbiamo partire dalla situazione attuale. Dire “non c’è lavoro, diamoci da fare” è banale, serve una riflessione più seria sul perchè la nostra figura professionale non esiste “professionalmente” nella mente delle persone e quindi delle istituzioni. In fondo siamo un po’ come i preti, i consiglieri, i migliori amici…non ci viene riconosciuta professionalità per lo più….ma come mai?!? Davvero quello che studiamo e mettiamo in pratica non ha valore?!? perchè se è così scelgo un altro mestiere e faccio la psicologa nel tempo libero…altrimenti organizzarsi e avere ripercussioni a piani decisionali, governativi e politici potrebbe avere senso.

    1. Le direttrici credo debbano essere due.
      Una riguarda un approccio alla professione che sia “più economico”. Quando avviamo la libera professione (e allo stato attuale è questa la via principale attraverso cui fare lo psicologo) dobbiamo farlo ragionando, oltre (ma voglio sperare sia scontato…) che in termini di competenza, anche in termini economici e di marketing.
      Quando faccio questi discorsi o cerco di insegnare ai colleghi come maneggiare questi argomenti, inizialmente ho sempre una reazione simile a una specie di ribrezzo, che si fa il denaro sul dolore della gente. Per quella che è la mia esperienza del disagio psichico, una buona operazione di marketing, che significa, sostanzialmente, FARSI TROVARE DA CHI STA IN DIFFICOLTA’, è non solo un’operazione economica, ma un’operazione civile. Quando vedo pazienti con gli attacchi di panico da 10 anni, certo, ragiono sulle resistenze, certo, ragiono sull’origine e i vantaggi secondari del disturbo…ma siamo sicuri che noi come professionisti non siamo un po’ colpevoli, quando stiamo chiusi negli studi ad aspettare, del fatto che le persone ci mettono 10 anni prima di arrivare dallo psicologo?

      La seconda strada passa necessariamente per la politica. Innanzitutto da un rinnovamento della politica professionale, che nell’ultimo decennio si è occupato (semplifico, per carità) dell’ambito sanitario e della cura, lasciando scoperto il fianco (più o meno volutamente, visto che poi i counselor ce li formiamo noi psicologi, e in abbondanza…) ai temi della prevenzione, del lavoro, della promozione del benessere, della riabilitazione.
      Certo, il processo è lungo, e la mia generazione sicuramente non ne godrà, ma, personalmente, non per questo sento di non dovermi prendermi delle responsabilità e degli impegni.

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